mercoledì 13 dicembre 2017
Pakistan: one nation, one blood

Pakistan: one nation, one blood

300 musulmani proteggono i cristiani in preghiera

“Questo è un piccolo passo per un uomo, ma un grande balzo per l’umanità” avrebbe detto Neil Armstrong. E in un paese dalle vicende tormentate come quello del Pakistan, questa iniziativa potrebbe davvero rappresentare un punto di svolta.

Domenica 6 ottobre, la grande città pakistana di Lahore ha infatti assistito a un incredibile gesto di solidarietà e fratellanza religiosa: più di trecento musulmani si sono radunati davanti alla chiesa cristiana locale di St. Anthony, per proteggere da potenziali attacchi terroristici la comunità cristiana che vi era all’interno. Una vera e propria catena umana, un gesto d’amore. Una manifestazione di estrema tolleranza e accoglienza verso le minoranze religiose che vengono tanto perseguitate in Pakistan; una speranza anche, un sogno coltivato da uomini, donne e bambini che credono ancora in un futuro di pace tra le religioni. Il gruppo Pakistan For All, associazione promotrice del dialogo interreligioso, ha dunque portato avanti l’iniziativa per permettere alla comunità cristiana di celebrare la messa nel giorno della domenica: “I terroristi ci hanno fatto vedere cosa fanno alla domenica” ha spiegato il musulmano Mohammad Jibran Nasir, coordinatore dell’associazione. “E noi abbiamo dimostrato loro cos’è per noi la domenica. Un giorno di unità”. Il richiamo è alla strage di Peshawar del 22 settembre scorso, quando due kamikaze si sono fatti saltare in aria con otto chili di esplosivo, al termine della messa nella chiesa di Khoati Bazaar. Il bilancio è stato tragico: più di cento morti e oltre centocinquanta feriti. E ancora, a marzo, una folla aveva appiccato il fuoco a due chiese e a decine di abitazioni nella stessa città di Lahore. Come reagire di fronte a tanta ostilità? Questa volta la città di Lahore ha detto “No!”, si è mobilitata, è scesa in strada per ribellarsi all’ingiustizia e ai conflitti tra religioni. I partecipanti al raduno hanno circondato la chiesa, hanno organizzato un corteo di canti e danze esponendo cartelli con su scritto “One Nation, One Blood” ovvero “Una nazione, un solo sangue”, ritenendo coloro che attaccano le minoranze cristiane, nemici non solo del Pakisatn ma dello stesso islam. Alla manifestazione ha partecipato anche il Mufti della città, una delle autorità religiose musulmane, il quale ha letto alcuni precisi passi del Corano che parlano di pace e tolleranza reciproca. Lo stesso sacerdote che stava celebrando la messa all’interno della chiesa, padre Nasir Gulfam, si è soffermato ad ascoltare ammirato le parole del Mufti, al termine delle quali i due si sono stretti la mano in segno di conciliazione.

Si tratta di un messaggio forte e chiaro a chi continua a spargere sangue innocente e a compiere violenze gratuite in Pakistan, e fortunatamente questa non è l’unica iniziativa attualmente in corso: l’associazione Pakistan For All aveva infatti organizzato una manifestazione simile durante la settimana precedente, all’esterno della chiesa di San Patrick, a Karachi, e una per la settimana successiva, il 13 ottobre, nella città di Islamabad, fuori dalla chiesa di Our Lady Fatima.

In Pakistan il desiderio di cambiamento è quindi nell’aria, c’è ancora chi crede fermamente nel valore della solidarietà, tratto comune ad ogni religione. A testimonianza di questo è anche la proposta avanzata da parte di alcune associazioni simili a quella citata: è stato richiesto al governo Pakistano di rivedere alcune norme riguardanti diritti umani e rispetto delle minoranze. Al giorno d’oggi, infatti, in Pakistan sono ancora ventisette i reati punibili con la morte e spesso non si riesce a garantire a molti la possibilità di avere un valido processo.

Insomma una notizia, quella della catena umana di musulmani, che ha fatto in brevissimo tempo il giro del mondo a testimonianza del fatto che per la prima volta la comunità musulmana del Pakistan si è posizionata, in modo assai lampante e quindi anche rischioso, sul fronte opposto ai terroristi e che, quindi, un mondo che vede più fedi vivere assieme in pace e armonia non è poi così utopico ma, anzi, un traguardo aspirabile da ciascuno di noi. Perchè se ognuno, nel suo piccolo, si sentisse realmente un tassello insostituibile ed essenziale del grande puzzle che compone la comunità del nostro pianeta, con la sua molteplicità di culture e religioni, si potrebbero veramente ambire obiettivi grandi e stimolanti.

Annalisa Magagna

Cecilia Trezza

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