martedì 16 gennaio 2018
Quando amare è una condanna a morte: Meriam

Quando amare è una condanna a morte: Meriam

La tragica storia di una donna del Sudan sposata con un cristiano e condannata all’impiccagione per questo.

Nella foto che potrebbe averla definitivamente portata alla condanna Meriam Yehya Ibrahim, 26 anni, abbozza un sorriso mentre posa le mani sulle spalle del marito. È la foto del suo matrimonio: un matrimonio con un uomo cristiano. Ma Meriam è musulmana e se vivi in Sudan non puoi cambiare liberamente la tua religione: per il tribunale che l’ha condannata all’impiccagione Meriam è un’apostata, cioè una traditrice della propria fede. E poco importa se ha un figlio di 20 mesi ed è incinta di otto: per i giudici sudanesi, Meriam deve morire.

A questa agghiacciante sentenza il mondo ha reagito con indignazione. Mobilitazioni internazionali – in primis di Amnesty International – e anche in Italia “Avvenire” ha lanciato una campagna sui social network: #meriamdevevivere. «Chiediamo al governo del Sudan», hanno scritto le rappresentanze di USA, Gran Bretagna, Canada e Olanda in un comunicato, «di rispettare il diritto di libertà di religione, compreso il diritto di ciascuno di cambiare la propria fede o le proprie credenze, un diritto che è sancito dal diritto internazionale e dalla stessa Costituzione ad interim sudanese del 2005».  Ma la mobilitazione internazionale ha portato soltanto a un debole compromesso: la donna verrà giustiziata almeno due anni dopo aver partorito.

D’altronde l’ingiustizia del verdetto è denunciata in primo luogo dal legale di Meriam: il giudice ha rifiutato di ascoltare i principali testimoni alla difesa e ha deliberatamente ignorato i principi di libertà di religione e uguaglianza tra i cittadini previsti dalla Costituzione del Sudan. A difesa di Meriam ci sarebbero le figure dei genitori: il padre era musulmano, sì, ma la madre cristiana. «Non sono mai stata musulmana, sono stata educata come cristiana fin dall’inizio» ha dichiarato la donna in tribunale. Già l’anno scorso Meriam era stata incriminata per aver avuto rapporti sessuali con un uomo non musulmano, ma solo a febbraio scorso, su denuncia di un parente, è stata fermata e accusata di apostasia per aver dichiarato in tribunale che la sua unica religione è il cristianesimo. Non solo: il suo matrimonio non è stato riconosciuto valido, così ora Meriam è accusata anche di adulterio. Il che, in Sudan, comporta cento frustrate. «Il giudice ha oltrepassato il proprio mandato quando ha deciso che il matrimonio di Meriam non è valido perché suo marito non appartiene alla religione» ha detto l’avvocato della donna, sostenendo che la decisione del giudice esula dalle leggi e dalla Costituzione del Paese per immergersi in quelle della legge islamica sharia.

Pensare che una persona venga uccisa a causa della sua religione ci fa rabbrividire, indignare, lanciare appelli più o meno efficaci a suon di hashtag. Eppure il caso di Meriam non è isolato. Negli ultimi anni in Sudan – il presidente Omar Bashir, dopo la secessione del Sud non musulmano del 2011, aveva annunciato che il Paese avrebbe applicato la legge islamica più rigidamente – diverse persone sono state condannate per apostasia: per evitare la tremenda sorte di Meriam hanno dovuto rinnegare la propria fede, eppure le loro storie sono scivolate via nell’indifferenza del mondo occidentale. Perché ci indigniamo per l’ingiusta condanna a morte di una persona e non ci curiamo dell’altrettanto ingiusta violazione della sua libertà?

 17.36

Il presidente del Consiglio Nazionale – istituzione che coincide con il Parlamento – sudanese, Al-Fateh Ezzedin ha chiesto ai media di evitare la diffusione di informazioni false, come quella che riguarderebbe l’infanzia della donna che, contrariamente a quanto evidenziato in precedenza, pare sia stata educata sin da bambina in ambiente islamico. Ezzedin ha anche rimarcato il fatto che la condanna avrà il suo iter giudiziario fino alla Corte suprema. Un po’ poco per cantare vittoria, tuttavia le possibilità che la donna abbia un nuovo processo si fanno più concrete.

Guendalina Ferri

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