martedì 17 ottobre 2017
#Climamundial: l’altra faccia (polemica) del mondiale

#Climamundial: l’altra faccia (polemica) del mondiale

Quello che la gente non sa, ecco i motivi per cui parte del popolo brasiliano vuole boicottare il Mondiale

Un paese spaccato a metà. Il Mondiale di calcio è iniziato, ma i problemi non sono finiti. Quello che vediamo, frutto dei montaggi televisivi serrati, può sembrare avveniristico, affascinante e gioioso. Costruzione di stadi imponenti, entusiasmo straordinario dei tifosi, colori e danze, come nella cerimonia d’apertura. Ma la realtà non è questa, il Brasile è spaccato in due. Perché ? Perché questo Mondiale non è voluto da tutta la nazione, ma solo da una metà. Quella borghese, ricca, contro la parte povera, in ginocchio.

LE DUE FACCE DEL PAESE – Il Brasile è un paese straordinario, un paese in crescita dal punto di vista economico, una nazione dove però, storicamente, il tasso di povertà è sempre stato altissimo. In 30 anni uno stato in ginocchio, dopo la crisi del 1980, si è alzato sulle proprie gambe e si è rimboccato le maniche, arrivando a trovarsi a ridosso delle più grandi potenze mondiali. Il boom economico all’interno del paese è stato impressionante, ma questo territorio presente due facce, affascinanti ma preoccupanti. Proviamo a pensare a Rio, capitale brasileira, 6 milioni di abitanti. In questa città, nel tempo, si è avvicendata una comparazione tra due estremi opposti: da una parte i quartieri di Ipanema, dove l’economia faceva il suo corso e sviluppava una città, rendendola moderna, dall’altra il degrado, a spasso tra l’ammasso di pannelli d’eternit della Rocinha, messi su per coprire la testa di migliaia di cittadini. Da una parte una città praticamente occidentale, dall’altra il disagio completo, senza nemmeno una rete fognaria.

LA PROMESSA MANCATA – E così ritorniamo da dove abbiamo iniziato, il Mondiale lo avrebbero dovuto pagare dei privati. Sarebbe dovuta essere un’opera senza alcun contributo pubblico, ma non è stato così. Ogni 9 dollari spesi per l’organizzazione di questi Mondiali, 8 sono stati sborsati dallo Stato, quindi dal popolo. Da qui parte il malcontento. Ma non tanto delle famiglie agiate, che il loro mondiale se lo gusteranno tranquillamente dal loro schermo al plasma, nonostante l’aumento delle tasse. La protesta è partita dal basso, il Brasile, come Stato, ha speso circa 13 miliardi di euro, sforando qualsiasi previsione della vigilia, solo per un evento calcistico, solo per degli stadi, che potrebbero essere abbattuti dopo l’evento, solo perché la manifestazione calcistica più importante del mondo si svolgesse nel modo migliore possibile. Il che, seguendo un ragionamento logico, è ragionevole, ma non in un paese dove il 21% della popolazione è povera, anzi, poverissima.

IL MALCONTENTO POPOLÀNO – La protesta è partita dalla scorsa Confederations Cup, e di certo non finirà qua. Si rivendicano i diritti civili, perché quella metà di nazione in contrasto si sente trascurata. Si rivendicano ospedali, che in molte parti non ci sono, acqua potabile, case e fognature decenti. Persino gli indigeni, con tanto di arco e frecce, sono scesi in strada a protestare, perché si sentono completamente abbandonati. Lo scorso 9 giugno la presidentessa Dilma Rousseff ha ordinato la pulizia di 174 favelas all’interno del paese, tutti mandati via. La giustificazione era quella di porre fine alla delinquenza, la verità è che in mezzo alla delinquenza, che è tanta, c’erano anche delle famiglie senza lavoro e senza casa, da ora. Il Mondiale fa comodo a chi gli serve, alla FIFA ad esempio, che intascherà circa 4 miliardi di euro, non alla maggior parte del popolo.

A SAN PAOLO C’È CHI SCIOPERA – I funzionari della Metropolitana di San Paolo e quelli dei tre aeroporti di Rio De Janeiro, che sono quelli di Galeao, Santos Dumont e Jacarepaguà, sono stati i rappresentanti simbolici di tutta la schiera popolare e popolana. Hanno bloccato per diversi giorni le linee vitali per il collegamento verso gli stadi e non solo. Si è arrivati ad una tregua, con la minaccia da parte del Governo di un possibile licenziamento, nel caso in cui questo sciopero si ripetesse nei giorni delle partite. I lavoratori chiedono un aumento del salario attraverso un nuovo contratto collettivo, perché martoriati dalle tasse, la società dei Trasporti rifiuta, senza sedersi a qualche tavolo per parlarne, figuriamoci il Governo. La Rousseff infatti ha optato, strategicamente, per l’aumento dei salari delle forze dell’ordine, che avevano minacciato anch’essi uno sciopero, mirando più a cercare di azzittire i malcontenti popolari con la forza. Forza che è stata usata esattamente un giorno prima dei Mondiali, da dei black-bloc, che infiltrati all’interno di una manifestazione pacifica a Rio De Janeiro, hanno creato scompiglio, lanciando oggetti di vario tipo e ferendo anche due giornaliste della CNN. Da qui la Rousseff ha deciso di usare il pugno forte, puntando sulle forze dell’ordine e sugli arresti preventivi, al fine di indebolire le fronde polemiche.

Dal Mondiale infatti dipende la sua riconferma alle elezioni di Ottobre, molti punti percentuali sono già stati persi dal primo premier donna del Brasile nei sondaggi, quindi vietato sbagliare. Anche se il 13 luglio dall’altra parte di Rio, durante i festeggiamenti e i fuochi d’artificio sopra il Maracanà per la finalissima, ci saranno molte persone ancora senza un tetto.

 

Mark Karaci

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