martedì 16 gennaio 2018
La sconfitta del calcio

La sconfitta del calcio

La storia prima dello sport. I retroscena di Serbia-Albania, con un nuovo retroscena: il ricorso dell’Albania.

Serbia-Albania. Molto più che una semplice partita. Quella che è andata in scena, il 14 ottobre, presso lo stadio Partizan di Belgrado, a tutto somigliava tranne che a un match di calcio. Il risultato? Una guerra sfiorata e un 3-0 a tavolino per la squadra di casa.

GUERRA – La terza giornata del girone I, valida per le qualificazioni agli Europei in Francia del 2016, partiva con il piede sbagliato. Già dal sorteggio di febbraio a Nizza, il computerone della UEFA ha unito l’impossibile. Non solo due squadre o nazioni, ma due cugini, acerrimi rivali, storicamente in guerra. La memoria, fresca, si ferma a quel 1996, così lontano, ma in realtà così vicino. Quel conflitto disgregò la Jugoslavia e diede alla luce il nuovo Kosovo. Ma gli albanesi cosa c’entrano? C’entrano e come. Il Kosovo era, all’epoca, un territorio autonomo, con popolazione prevalentemente albanese. La Repubblica jugoslava revocò lo stato di autonomia per annettere il territorio a sé. Questa azione non fu possibile, perché la popolazione albanese oppose resistenza alle cariche serbe, fino a far scoppiare la nota Guerra del Kosovo, che portò alla trasformazione della situazione territoriale a come è ora. Il Kosovo è indipendente e la Jugoslavia divisa. Tutto il mondo riconosce la storia, tranne i serbi, che continuano a rivendicare il territorio kosovaro. Per questo motivo l’Albania e gli albanesi sono visti come nemici assoluti e sempre per questo il match è partito con il piede sbagliato.

IL PREPARTITA – Gli anni passano, ma i detriti restano. I tifosi serbi non hanno dimenticato ed è chiaramente nota la loro “vivacità” sugli spalti. Impossibile dimenticare la partita Italia – Serbia, dello scorso 2010, sospesa per incidenti tra gli spalti, che portò alla ribalta il “miticoIvan Bogdanov. Logicamente la trasferta a Belgrado è stata vietata ai tifosi albanesi. Allo stadio, sopra la tribuna centrale, dove generalmente ci sono le bandiere della FIFA, della UEFA e delle due squadre sfidanti, mancava stranamente quella dell’Albania. L’anticipazione di un inferno. Lo stadio, autentica bolgia rossa, urlava all’unisono “uccidi l’albanese”, intensificando il grido durante l’entrata in campo delle due squadre. Curioso e nobile il gesto del capitano della Serbia, Ivanovic, che prima della partita è entrato nello spogliatoio dell’Albania per precisare:”Sarà solo una partita di calcio”. Si sbagliava e di molto.

IL FILM DEL MATCH – La partita inizia. In campo, tra le due squadre, la partita è viva, aperta, con occasioni da tutte e due le parti. L’Albania cerca di imporre il proprio gioco, quando iniziano i primi avvertimenti. Il lancio di petardi stordisce i giocatori albanesi, che cadono a terra. Ad ogni calcio d’angolo vengono lanciati oggetti sulla bandierina, impedendo ai calciatori albanesi la tranquilla continuazione del match. Ma è al 41’ che avviene il finimondo. Il famigerato drone, con la bandiera della “Grande Albania”, entra in campo, scatenando l’ira dello stadio. Il campo diventa un ring, gli steward assalgono i giocatori albanesi e la panchina, che nel frattempo provava a fare sparire la bandiera. Il lancio intimidatorio di petardi diventa nulla in confronto a quello che sta accadendo. Vi ricordate di Ivan Bogdanov? In campo c’è anche lui, correndo assieme ai suoi fedelissimi e indirizzandosi verso gli avversari terrorizzati. Emblematica la scena di Lorik Cana, capitano dell’Albania, che in difesa di un suo compagno, aggredito da un tifoso con una sedia, colpisce l’assalitore con dei pugni. Questa azione, così cruenta e violenta, ha spinto il sindaco della città di Kosovska Mitrovica a proporre la cittadinanza onoraria al capitano albanese, per il suo coraggio e il suo attaccamento al paese. Questa azione, per quanto può essere insignificante, lascia intendere a pieno l’odio esistente tra i due paesi. Fatto sta che la partita viene sospesa dall’arbitro, i giocatori corrono negli spogliatoi sotto una pioggia di oggetti, lanciati da ogni parte dello stadio, rischiando di calpestarsi a vicenda.

Una volta dentro gli spogliatoi la compagine balcanica ha deciso di abbandonare la partita ed è qui che si chiude il cerchio. La partita termina tecnicamente al 45’ del primo tempo sul risultato di 0-0, ma l’indagine della UEFA porta ad un nuovo risultato. La vittoria è stata assegnata a tavolino alla Serbia, ma i tre punti sono stati revocati. Una decisione probabilmente neutra, che non punisce esemplarmente nessuno. Secondo gli albanesi “continuando la partita, sarebbe morto qualcuno”, secondo la UEFA l’Albania doveva scendere in campo. La realtà è che quella che doveva essere una partita di calcio, è diventata un’autentica guerra. Il tutto sotto l’occhio sdegnato del mondo. L’Albania ha esposto ricorso nei confronti della sentenza della UEFA. A prescindere dal risultato, è stata la sconfitta di tutti, ma soprattutto del calcio.

Mark Karaci

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