martedì 17 ottobre 2017
Conosciamo meglio Sergio Mattarella

Conosciamo meglio Sergio Mattarella

Identikit di Sergio Mattarella, la punta di Matteo Renzi, tra vita privata e politica

“Lo conosco sul piano dell’assoluta lealtà e correttezza, sensibilità e competenza istituzionale e certamente dell’imparzialità. Caratteristiche importantissime per disegnare la figura del Capo dello Stato” così parla Giorgio Napolitano di Sergio Mattarella stamattina dopo aver depositato la sua indicazione di voto al Quirinale.

Austero, rigido, schiena dritta, chioma candida, riservato di natura. Ride poco, forse mai. Non ha i lineamenti raddolciti del Presidente della Repubblica uscente. E’ serio e imponente, figlio di quella Sicilia marcia, dei bisbigli di Trapani e dei decantati omicidi passionali, cresciuto nella violenza della Palermo degli anni ’80 squassata dalla mafia che gli ammazzò il fratello maggiore.

Classe 1941, figlio del già rappresentante politico Bernardo, Sergio Mattarella ricevette un’istruzione religiosa dai saldi principi, che ebbe più volte occasione di dimostrare nel corso della lunga carriera. Cominciò, infatti, il suo cursus honorum in giovinezza, militando dapprima nelle file del Movimento studentesco di Azione Cattolica (di cui divenne responsabile per il Lazio dal 61 al 64) e poi nella Federazione Universitaria Cattolica Italiana, mentre si laureava in giurisprudenza, tradizione di famiglia e disciplina che lo condusse anche alla cattedra di docente di Diritto Internazionale all’Università di Palermo. La sua vita di pacato professore cambiò nel 1980, il giorno dell’epifania. Quando, a Palermo in via Libertà n. 147, quattro spari e poi altri quattro, lo precipitarono in strada dove vide la cognata con le dita imbrattate di sangue cercare di scendere dalla vecchia Fiat su cui giaceva il corpo di Piersanti, marito, padre, fratello. Sergio corse a aiutarla, la fotografa che si trovava lì quasi per caso riportò alla stampa la foto del giovane professore proteso nell’automobile tumefatta. Non c’era stata speranza per il giovane presidente della Regione Sicilia che aveva lottato apertamente contro Cosa Nostra. Sergio Matterella si fece carico della pesante eredità della sua famiglia, che rappresentava tutta un’intera stirpe politica siciliana; prese una posizione ancor più risoluta contro le associazioni mafiose e cominciò il suo lungo cursus honorum tra Roma e Palermo.

omicidio mattarella

Seguendo l’esempio del fratello maggiore e del padre, si legò alla Democrazia Cristiana. Bernardo Matterella fu, infatti, co-fondatore della DC e amico di De Gasperi, al quale scrisse della necessità di creare “un movimento che bisogna seguire e vigilare, anche per l’elemento poco buono da cui è circondato, la mafia“. Il padre, morto nel 1968, fu lungamente accusato di collusione mafiosa e sempre assolto. Alcuni storici e politologi sostennero addirittura che dietro l’assassinio del primogenito ci fossero delle questioni irrisolte con boss mafiosi e la vicinanza con i fondatori della Repubblica, l’impegno politico e la lotta di tutta la famiglia non bastarono a far tacere i suoi fustigatori. Le accuse nei confronti del padre sopravvissero sino al 1992, quando l’allora Guardasigilli Carlo Martelli si scagliò contro il vecchio Bernardo. Quella fu l’unica occasione in cui Sergio Mattarella fu visto furioso: “Martelli la deve smettere con questa incivile abitudine di insultare le persone morte da tempo; questo attiene non alla politica, ma soltanto alla educazione e alle basi elementari della convivenza civile ed umana. E poi, le sue, sono tutte menzogne. Mio padre fu notoriamente antifascista, contro la mafia che era monarchica e separatista. Fu repubblicano e fu il principale avversario del separatismo in Sicilia”. Così Sergio diradò le ultime ombre sul padre e lo restituì alla pace.

Eletto alla Camera dei Deputati per la prima volta nel 1983, con l’incarico di bonificare la DC siciliana, decise di lavorare con Leoluca Orlando già collaboratore del fratello e dal 2012 sindaco di Palermo per la quarta volta.

Sempre più vicino agli ambienti di sinistra, Mattarella arrivò allo scontro con Andreotti: fu nominato ministro della Pubblica Istruzione nell’89, ma si dimise dall’incarico l’anno dopo. Il deputato, insieme a altri parlamentari, decise di lasciare il seggio in segno di protesta contro la legge Mammì di riassetto del sistema radiovisivo. Il siciliano vedeva in questa normativa una farsa, che si limitava a fotografare (da qui l’appellativo legge Polaroid)  la situazione di tv e radio degli anni Ottanta arrivando a legittimare la posizione raggiunta (e il potere mediatico) del colosso di Berlusconi.  In quegli anni, gli fu affidata la direzione de Il popolo, quotidiano democristiano.

Lavorò sempre in posizioni più defilate, prevenendo i tempi e rimanendo sempre fedele alla sua linea politica. Parlò di “incubo irrazionale” quando nacque l’ipotesi che Forza Italia rientrasse nel Partito Popolare Europeo; lavorò al ministero della Difesa negli anni della guerra in Kosovo e in quelli della riforma delle Forze Armate, rientrando tra i fautori dell’abolizione del servizio di leva obbligatorio. E’ su questo periodo della sua carriera e della sua vita che si scagliano i suoi detrattori del Movimento Cinque Stelle. I fantasmi riesumati sono quelli della cosiddetta “sindrome dei Balcani”, malattia che contrassero molti soldati italiani durante la campagna in Kosovo. I pentastellati sostengono che Mattarella sapesse dell’uso dei proiettili a uranio impoverito (causa scatenante della “sindrome dei Balcani”) inviati dalla NATO. Le posizioni al riguardo si biforcano, ma pare che questa frecciata non trovi riscontro nei verbali dell’epoca. Al contrario, sembra che la prudenza di Mattarella lo preservò dal dichiarare vera la relazione causale tra la malattia e le armi, ma il suo senso di responsabilità lo costrinse a istituire una commissione ad hoc per fare chiarezza sulla vicenda.

Dal 2011 è giudice della Corte Costituzionale e Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine al merito della Repubblica Italiana e già nel 2013 rientrò nella rosa di candidati che Bersani propose in sostituzione di Giorgio Napolitano, ma Berlusconi scartò il nome, preferendogli Marini.

Nathascia Severgnini

Inserisci un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. Required fields are marked *

*