mercoledì 13 dicembre 2017
La rinascita è passata da scrittura, arte e fede

La rinascita è passata da scrittura, arte e fede

Appelfeld racconta i cambiamenti avvenuti nei sopravvissuti alla Shoah dell’idea di ebraismo e ciò che lui ha dovuto fare per vincere il peso della memoria nel suo ultimo lavoro letterario.

Il saggio non ha paura dei nuovi inizi, ma delle fini. Ha paura del momento in cui qualcosa di così determinante (benefico o malefico che sia) finisce di essere, di esistere. “Per anni abbiamo vissuto a stretto contatto con la morte ma, se posso permettermi di dirlo, pensando molto poco a essa”: gli squarci nell’identità individuale e corale giudaica si sono aperti dopo la Shoah, quando la vita ha smesso di essere minacciata dalla morte e l’istinto di sopravvivenza si è riaddormentato. Si sarebbe mai potuti guarire? E come? E quando? Aharon Appelfeld ci ha pensato e lavorato per anni. Nel 1991 ha tenuto un ciclo di conferenze alla Columbia University di New York; le tre lezioni sono state pubblicate da Guanda nel piccolissimo ma toccante libello Oltre la disperazione (euro 14, pp. 136).

Una “resurrezione senza gloria” – Quando l’Armata Rossa liberò dal gioco tedesco i luoghi in cui viveva clandestinamente, Aharon Appelfeld era un bambino che si affacciava all’adolescenza. Aveva vagato per sei anni, tre dei quali trascorsi nei boschi. Aveva vissuto da solo e/o al seguito di criminali, alla mercé del freddo e della fame, con l’incubo di essere denunciato da qualcuno e quindi riportato nel campo di sterminio dal quale era riuscito a fuggire (e in cui aveva perso la sua famiglia).La Liberazione creò una massa di profughi che non sapevano cosa fare né dove andare. Per sei lunghissimi anni erano stati braccati come animali. L’unico obiettivo era sopravvivere, l’unico sogno sopravvivere per raccontare. Ma quando tornò la pace si resero conto che proprio quel sogno, la sola cosa che avrebbe potuto dare un senso alla loro vita, era troppo pesante, troppo difficile. I ricordi resero i sopravvissuti muti. I reduci si sforzarono di credere che la gioia potesse essere ancora possibile. E tornarono a nascondersi: potevano dire di essere ebrei ora, ma non avrebbero mai ammesso di essere stati là, di avere visto. E così si spezzarono ancora di più.

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La cover del libro. In quarta di copertina si legge: “Dopo la Shoah era impossibile vivere senza mettere a tacere i ricordi. La memoria è diventata il nostro nemico. Non facevamo altro che tentare di offuscarla, accantonarla, sedarla così come si fa per i dolori. Questa battaglia è andata avanti per anni. La gente ha imparato a vivere senza la memoria così come si impara a vivere senza un arto amputato.” – Aharon Appelfeld

Il Male era demodè – Aharon Appelfeld non era da meno. Finita la guerra, cercò di non porsi le domande in Italia, ma qui incontrò ebrei erranti, che cercavano delle risposte vivendo come braccianti, ricordando, convinti che visto il Male non si potesse tornare indietro. Emigrò in Israele, da solo, a 14 anni. Cercò di ricostruirsi. Oltre la disperazione è il discorso su quel che è cambiato e su come si è potuti andare avanti. Come tutti, riusciva ad affrontare il giorno, ma la notte portava con sé gli incubi, accompagnati dall’imperativo “Raccontaci”. Intanto cresceva. Dalla sua parte l’età: era piccolo. La Shoah aveva rappresentato praticamente la sua vita, praticamente non conosceva altro. Non conosceva quell’intellighenzia ebraica di cui aveva fatto parte la sua famiglia, quell’intellighenzia borghese che si sentiva totalmente assimilata, uguale in tutto agli altri viennesi, che non concepiva l’idea di Male: il Male era un concetto astratto, lontanissimo, che apparteneva a chi non era ottimista nei confronti del futuro (del progresso).  Per questo quando arrivò ne rimasero scioccati e furono incapaci di agire. Aharon Appelfeld non era quindi davvero ebreo. O, meglio, era ebreo nella dimensione in cui lo sono i cristiani occidentali di oggi: non professava una fede ma preservava tradizioni rituali. La Pasqua e le preghiere alla sinagoga non erano nulla di più di un retaggio culturale. Per questo si stupì quando, anni dopo, si scoprì curioso della Torah e della lingua yiddish ai quali non si era mai avvicinato.

Salvarsi – Per affrontare il passato e per rompere quel muro di numeri che mettevano avanti quelli che tentavano di uscire dal mutismo – perché tutti sapevano di dover testimoniare, ma parlare di sé era troppo difficile: decidevano di lasciar parlare i dati, le statistiche, la storia – Appelfeld ricorse a tre cose: la scrittura, l’arte e la fede. La scrittura per esorcizzare, l’arte per rivedere il bello nelle cose, la fede per tornare ad avere speranza. La Shoah aveva cambiato il paradigma dell’ebreo e della religione. Ricorda l’autore che spesse volte si arriva alla glorificazione dell’eroe, un passaggio talvolta ingiusto perché il rischio è dimenticare l’uomo comune, che magari tradisce o semplicemente non fa nulla (mi viene in mente un passaggio di Safran Foer in Ogni cosa è illuminata: “Tu dovevi scegliere e sperare di scegliere il male più piccolo” e il nonno condannò a morte il suo migliore amico supplicante). Come tornare a credere nel mondo? Nella vita? Qual era il destino dell’ebreo? Chi era ebreo? Bisognava risolvere il conflitto intestino tra identità, fede e quel che era accaduto. E, quindi, l’ultima domanda dello scrittore “Come possiamo trasformare tutto ciò in una visione spirituale?”. Perché il nazismo non ha ucciso la fede, l’ha cambiata. La frase con cui si chiude l’ultima delle lezioni raccolte è un qualcosa di meraviglioso e vale quella tutto il libro.

Nathascia Severgnini

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