giovedì 17 agosto 2017
#PilloleDiDiritto: le regole del world wide web

#PilloleDiDiritto: le regole del world wide web

Pubblichi tutti i giorni qualcosa in rete, che sia su un social o un blog. Ma sai quel che scrivi?

Vi state già dimenticando del capodanno appena passato? Di certo sarà difficile che se ne scordi l’addetto Rai che non ha censurato l’sms con bestemmia passato in sovrimpressione durante il programma “L’Anno che verrà”. Ognuno di noi ha espresso la sua opinione sulla sospensione del funzionario, ma ciò che ci accomuna tutti è un dubbio fondamentale: possiamo considerare responsabile di un messaggio offensivo il soggetto che non l’ha scritto? Se il lettore si sta chiedendo cosa abbia a che vedere questa domanda con il tema dell’articolo, verrà presto ricompensato della sua pazienza con una riposta che, senza dubbio, lo riguarda direttamente. Infatti, quante volte in un giorno il nostro ipotetico lettore pubblica qualcosa in internet? Ogni volta che compie questa azione pone in essere un comportamento rilevante per il nostro ordinamento giuridico, alla pari del soggetto autore di quell’sms che ha guastato il capodanno alla Rai.

Andiamo a curiosare nella legislazione del nostro Paese per cercare di rispondere a due domande che rappresentano l’espressione del medesimo problema: ci sono norme che disciplinano ciò che viene pubblicato online? Chi è responsabile dei commenti pubblicati su un sito web?

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Procediamo con ordine. Nel caotico quadro normativo creato dal nostro legislatore possiamo individuare un punto di riferimento nella Legge n. 62 del 2001 che per la prima volta dà una definizione unitaria di prodotto editoriale, includendovi anche “il prodotto realizzato… su supporto informatico, destinato alla pubblicazione o, comunque, alla diffusione di informazioni presso il pubblico con ogni mezzo, anche elettronico”. Dal momento che qualsiasi piattaforma digitale sembra coincidere perfettamente con la definizione, l’entrata in vigore della legge piombò nella confusione totale gli operatori di internet e i proprietari di siti web. Questi ultimi, infatti, temevano di essere tenuti, al pari dei proprietari di giornali cartacei, ad assolvere obblighi assai stringenti, come la registrazione presso il tribunale per i diffusori di informazioni periodicamente pubblicate o contraddistinti da una testata. A tal proposito, un vero e proprio panico dilagò tra i blogger, i quali si chiedevano se la periodicità dei contenuti che caricavano in rete fosse assimilabile alle “uscite” di un normale periodico stampato. Oggi possiamo essere certi che non è così solo perché il governo è stato costretto a emanare, sei mesi dopo l’entrata in vigore della Legge n. 62, un Decreto legislativo con il quale si faceva chiarezza sull’interpretazione degli articoli che avevano generato il caos. I siti internet non devono essere registrarti in Tribunale, nemmeno quelli che divulgano contenuti informativi, in modo professionale o meno; l’esonero da tale imposizione ha delle conseguenze pratiche non trascurabili, in quanto i gestori di tali piattaforme non sono assoggettabili al reato di stampa clandestina prescritto dall’art. 16 della Legge n. 47 del 1948. Rimane fermo che i siti online caratterizzati da una testata che li contraddistingue, devono comunque registrarsi al R.O.C., ossia il registro degli operatori di comunicazione gestito dall’apposita autorità garante.

Il registro appena nominato non ha una rilevanza meramente teorica: sarebbe facile considerarlo l’ennesima formalità burocratica di cui il legislatore italiano è un mirabile architetto. Tuttavia, senza un registro che li certifichi, sarebbe impossibile individuare e dunque perseguire civilmente o penalmente i proprietari dei siti web che pubblichino contenuti offensivi di cui siano autori o semplici diffusori. A questo punto sorge spontanea la seconda domanda: se un utente carica un commento dal contenuto offensivo senza la complicità del gestore del sito, quest’ultimo ne risponde giuridicamente?

A questo quesito il Tribunale di Varese nel 2013 ha dato risposta positiva: in quella sede il giudice condannò per diffamazione l’amministratrice di una community per le offese alla fondatrice di una famosa casa editrice pubblicate sul suo blog da alcuni utenti. Chiarito che si ha diffamazione laddove chiunque, comunicando con più persone, offenda la reputazione altrui, le numerose critiche che sono state mosse alla decisione del Tribunale si fondano sull’art. 27 della Costituzione: il divieto della responsabilità per fatto altrui e la necessaria responsabilità colpevole. Da una parte la blogger in questione non ha né scritto né pubblicato i commenti diffamatori, dall’altra non può essere considerata colpevole nemmeno per la colpa di non aver adeguatamente vigilato sui commenti. Se così fosse il gestore di ogni sito dovrebbe vagliare incessantemente tutti i commenti caricati sulla sua pagina per evitare il rischio di essere incriminato a causa della condotta altrui. Ciò è smentito anche da una relazione al Parlamento Europeo del 2000, in cui è addirittura vietato “agli stati membri di imporre agli intermediati Internet… l’obbligo generale di cercare attivamente fatti o circostanze atte a indicare il perseguimento di attività illegali”.

In Italia non esiste una norma incriminatrice che preveda una responsabilità di vigilanza del gestore per la condotta dell’utente. Tuttavia la confusione delle leggi ad oggi in vigore favorisce sentenze contrastanti, poiché i giudici si trovano nella condizione di dover colmare i vuoti del diritto caso per caso, senza poter garantire una reale tutela né, da un lato, del diritto di critica, né, dall’altro, del rispettodell’onore e della reputazione.

Redazione online

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