mercoledì 13 dicembre 2017
Il Nilo osserva: dalla civiltà dei Faraoni al mondo globale

Il Nilo osserva: dalla civiltà dei Faraoni al mondo globale

L’Egitto sta affrontando uno dei temi più delicati che esistano: l’acqua. Prima di agire avrà considerato il suo futuro?

Ogni giorno teniamo fra le mani, a volte senza consapevolezza, la perla più preziosa che ha permesso al nostro pianeta di donarci la vita: l’acqua. È il nostro bisogno primario, e così è sempre stato, ma negli ultimi tempi sembra ci si stia dimenticando l’importanza che ha per l’umanità. Man mano che cresce la preoccupazione riguardante la qualità, la quantità e la possibilità di accesso a questo valore inestimabile, cresce anche il “valore nuovo” dell’acqua, dando luogo a un concetto di geopolitica delle risorse: l’idropolitica. Tuttavia, se si procede in questa direzione, considerando l’acqua  una risorsa strategica, la distribuzione diventerà sempre meno omogenea. I rischi sono alle porte.

La contesa in Egitto – Più del 40% della popolazione mondiale vive lungo bacini idrografici divisi tra diversi Paesi. Nella complicata situazione sono dieci le nazioni africane (Egitto, Sudan, Uganda, Kenya, Tanzania, Rwanda, Burundi, Repubblica Democratica del Congo, Etiopia, Eritrea) che riescono a mantenersi grazie allo scorrere del Nilo, considerato non un semplice corso d’acqua, ma la ragione stessa dell’esistenza della nazione, una «questione di vita o di morte», come afferma Moufid Chébab, Ministro degli Affari giuridici e parlamentari. Ma questo prezioso dono è destinato a diventare una incertezza. Il rapido sviluppo demografico, infatti, pesa gravemente sulla limitata fonte di approvigionamento idrico sul territorio nazionale. Il caso politico e sociale ha portato alla realizzazione di vari accordi riguardanti la spartizione delle sue acque. Ma il problema risiede, come afferma il Ministero dell’Irrigazione Egiziana, nel fatto che tutti vogliono la propria parte, e non si accontentano. Una vera e propria “corsa all’acqua”, che si concretizza nell’edificazione di dighe, finalizzate non solo a produrre energia, ma anche creare una riserva e allo stesso tempo dominare le inondazioni che potrebbero danneggiare il raccolto.

L’alta Diga – Nell’Antico Egitto prosperò l’agricoltura, legata in particolare alla fertilità delle zone vicino al Nilo. Il fiume, con il suo flusso, inondava i terreni limitrofi depostitando il limo, un sedimento ricco di nutrienti e minerali che ha reso quei campi, nel corso della storia, estremamente produttivi. Non di meno l’Egitto divenne “Granaio Mondiale”. Ma nell’arco degli ultimi decenni, una nuova realtà ha colto impreparati gli egiziani. Le piene o i periodi di secca del fiume cominciarono a presentarsi in maniera sempre più discontinua, tanto che molti raccolti vennero distrutti. Come diretta conseguenza si rese necessaria la costruzione di una diga che regolasse queste inondazioni. E sulla riva est del Nilo, dopo una terza riedificazione, il 21 luglio 1970 la Diga di Assuan rese finalmente possibile il controllo costante delle acque del fiume più lungo del mondo, con i suoi 111 metri di altezza e 3600 metri di lunghezza. Si constatarono immediatamente i benefici: ci fu un incremento del 20-30% delle terre agricole coltivabili e la produzione di energia idroelettrica pulita riuscì a soddisfare più della metà del fabbisogno di energia elettrica del popolo egiziano. Inoltre, durante la stagione delle piogge, la diga  era in grado di trattenere le acque crescenti del Nilo, che con il tempo formarono un bacino artificiale di 500 chilometri: il lago di Nasser. Proprio grazie a questa riserva, l’Egitto riuscì a superare anche le più tragiche siccità.

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Non è tutto oro quel che luccica –  La realizzazione della Diga di Assuan ha avuto importanti conseguenze sul fragile equilibrio dell’ecosistema che perdurava ormai da migliaia di anni. Non si è tenuto conto dell’impatto ecologico che l’opera avrebbe avuto sulla fauna, la flora e la popolazione. I danni? Circa 90.000 le persone allontanate dalla zona, preziosi siti archeologici spostati   Abu Simbel ne è un chiaro esempio , specie marine migratorie estinte, pesca diminuita, epidemie causate da pericolosi ristagni idrici, inquinamento da pesticidi e fertilizzanti. E ancora, il blocco del limo, poiché trattenuto dalla diga. Il quadro è molto critico. Ci si sta infatti avviando verso un’instabilità economica e politica. E il tutto viene aggravato dalla ultima decisione dell’Etiopia: la costruzione di una nuova diga, che  ridurrebbe nettamente la portata del grande fiume, con conseguenze inestimabili per l’Egitto. Il Ministero dell’Irrigazione afferma che entro il 2017, con la crescita demografica e la riduzione delle acque, non sarà possibile soddisfare le necessità del Paese. L’Egitto, con i suoi 56 milioni di abitanti, ha cercato rassicurazioni sul fatto che la diga non ridurrà in modo significativo il flusso del fiume. L’Etiopia si è pronunciata positivamente: la diga dovrebbe garantire al territorio una più equa distribuzione delle risorse idriche e contribuire a risolvere il problema della mancanza di elettricità. Ma la terra dei Faraoni è pronta ad affrontare questo futuro ormai prossimo? I tentativi operati dall’uomo per controllare la natura porteranno i suoi frutti?

Redazione online

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