martedì 17 ottobre 2017
L’hobbit di Flores: un mistero dell’evoluzione

L’hobbit di Flores: un mistero dell’evoluzione

L’Homo florensis resta un enigma: un’altra specie o un esemplare della nostra ma con la sindrome di down?

Quando Peter Brown e Mike Morwood, della University of New England, il 28 ottobre 2004 pubblicarono su Nature due articoli annunciando il ritrovamento sull’isola di Flores, in Indonesia, di resti di un uomo di bassa statura – poco più di un metro – con un cranio particolarmente piccolo, si parlò del “più importante ritrovamento nell’evoluzione umana degli ultimi cento anni“.

Davanti ai resti rinvenuti, i paleoantropologi pensarono in un primo momento ad un bambino, ma alcune analogie anatomiche con Lucy, l’esemplare di australopiteco vissuto tre milioni di anni fa circa in Africa, fecero scartare l’ipotesi; tra l’altro, i resti – catalogati con la sigla LB1 – avevano un’età tra i 13 e i 18mila anni ed erano stati rinvenuti con strumenti di pietra relativamente avanzati e resti di animali uccisi durante una caccia. I ricercatori pensarono che si trattasse non solo di una nuova specie, ma addirittura di un nuovo genere, il Sundanthropus floresianus. In realtà, revisionando i risultati dello studio per la pubblicazione su Nature si fu concordi nell’attribuire i resti LB1 al nostro genere, dandogli il nome di Homo floresiensis – e non Homo hobbitus, nome suggerito da Morwood per via delle somiglianze coi personaggi di Tolkien che, tuttavia, ha lasciato il soprannome di “hobbit” a questa specie.
Secondo i ricercatori, Homo floresiensis sarebbe un discendente diretto di Homo erectus che, migrando, attraversò il mare fino all’isola di Flores da Giava, dove la presenza di Homo erectus era già stata attestata alla fine dell’Ottocento; sull’isola, viste le scarse risorse, si sarebbe adattato evolvendo un corpo di taglia più piccola, secondo un processo noto come nanismo insulare.

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Non convinti di questa ipotesi, furono molti gli studiosi che proposero un’altra alternativa, ossia che Homo floresiensis fosse, in realtà, un esemplare della nostra specie affetto da qualche patologia. Teuku Jacob, paleoantropologo indonesiano dell’Università di Giacarta, parlò di microcefalia, per spiegare le dimensioni del cranio di LB1 che era – perché durante i numerosi studi andò distrutto – circa un terzo di quello umano. L’ipotesi non convinse, ma la teoria che ci fosse una patologia all’origine delle deformità (se effettivamente sono tali) dei resti non fu scartata.
Nel 2014, difatti, un équipe internazionale, di cui facevano parte Robert B. Eckardt, docente di Genetica dello Sviluppo e dell’Evoluzione alla Penn State, Maciej Henneberg, docente di Anatomia e Patologia all’Università di Adelaide, e Kenneth J. Hsu, geologo e paleoclimatologo cinese, riuscì a riconoscere nei resti di LB1 un individuo con i caratteri tipici della sindrome di Down, in particolare per quanto riguarda un’asimmetria craniofacciale, cioè una mancata corrispondenza sinistra-destra del cranio. Inoltre, il femore corto ed una misura mai riscontrata della circonferenza occipito-frontale sono compatibili con la sindrome di Down in persone dalla corporatura esile, come quelle che ancora oggi abitano la zona di Flores. Peraltro, il team notò che queste caratteristiche erano presenti in LB1 e non in altri resti rinvenuti nello stesso sito.
Polemicamente, Eckardt scrisse: «Gli scheletri rinvenuto a Liang Bua sono così insoliti da richiedere l’invenzione di una nuova specie?». Ciononostante, non tutta la comunità scientifica è ancora d’accordo con le ipotesi del professore della Penn State, poiché gli studi del 2014 non spiegano alcune particolarità anatomiche di LB1, come la forma del corpo, le ossa del piede, della mano e del polso, che sono più primitive rispetto a qualsiasi altro reperto umano degli ultimi milioni di anni. Da scavi ancora più recenti, però, sono emersi resti di esemplari che presentano una mescolanza di tratti moderni e antichi dell'”hobbit”.
Viste le condizioni ambientali e climatiche dell’isola di Flores non è stato ancora possibile campionare DNA abbastanza conservato da poter risolvere la questione attraverso le analisi genetiche: non si può far altro che sperare che nuovi scavi portino alla luce resti completi e meglio conservati in modo da riuscire a condurre analisi più approfondite.

Lapo Ferri

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