mercoledì 13 dicembre 2017
Sharing Economy: pro e contro delle nuove forme di mercato

Sharing Economy: pro e contro delle nuove forme di mercato

Il 13% della popolazione italiana ha preso parte almeno una volta all’economia collaborativa. Dal 2011 ad oggi i numeri delle nuove piattaforme che si fondano sulla “sharing economy” sono più che triplicati, in particolare nell’ambito dei trasporti, del turismo e dell’energia.  Ma quali sono le potenzialità e gli aspetti negativi di questo fenomeno?

Il fenomeno. Si chiama “sharing economy” (economia collaborativa o di condivisione) e sviluppa un nuovo modo di “fare business” proponendo di fatto forme antiche di scambio e/o baratto, ma sfruttando al meglio le nuove tecnologie, le sole che possono offrire una possibilità maggiore di utilizzo. Riuso contro acquisto, accesso contro proprietá: questa è la nuova ricetta di successo. Questo “nuovo” modello economico permette non solo di condividere e scambiare beni, ma anche competenze, denaro e spazi. Propone in sostanza nuovi stili di vita che prediligono il risparmio o la redistribuzione del denaro, favorendo la salvaguardia ambientale e la socializzazione. L’economia collaborativa o di condivisione è un universo multisfaccettato di cui fanno parte non solo le note piattaforme digitali (app) che mettono direttamente in contatto gli utenti, ma anche il cohousing, il coworking, l’open source, fenomeni diversi ma accomunati dalla cosiddetta “collaborazione fra pari” (peer2peer). La “sharing economy” si divide in due aspetti: da un lato abbiamo l’accesso, ovvero la concessione temporanea di un bene o di un servizio (si pensi ad esempio ad Airbnb), dall’altro il riuso, ovvero la concessione permanente (eBay). Non rientrano all’interno di questa fenomenologia servizi come Car2go, in quanto non rispettoso del paradigma peer2peer, e nemmeno il famoso Uber Black (il servizio che utilizza autisti NCC), poiché non favorisce il contatto di privati con privati, ma un contatto tra privati e cittadini.

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Un’auto “Car2go” a Roma

I numeri.  Le piattaforme (app e non solo) attive nel nostro Paese sono più di 90; fra queste vi sono circa 11 servizi stranieri che operano in Italia senza avere un ufficio riconosciuto. Non dobbiamo poi assolutamente dimenticare all’interno del fenomeno della “sharing economy” il crowdfunding: 41 siti solo in Italia. All’interno di queste 90 piattaforme si “respirano” realtà differenti: alcuni servizi sono da considerarsi start up, ovvero società in fase di sviluppo, altri invece ricoprono una posizione oramai autorevole, e di fatto sono ex start up riconosciute come multinazionali supervalutate. Qualche nome? Airbnb e Blablacar ad esempio. Gli ambiti in cui la “sharing economy” si concentra maggiormente, come anticipato sono il crowdfunding (30%), i trasporti (12%), il turismo (10%) e il lavoro (9%). Agli ultimi gradini si posizionano il settore alimentare (5%), ovvero il social eating, sotto il cui nome rientrano piattaforme sempre più conosciute e gestite da “non professionisti”, quali Bonappetour, Gnammo, Peoplecooks, e inoltre novità come Ifoodshare e LastMarketPlace. Nel campo dell’abbigliamento, che conta  diverse piattaforme tra le quali ricordiamo Depop o My Secret Dressing Room, troviamo servizi che offrono il noleggio di vestiti di marca. Infine per quanto riguarda i beni di consumo  (20%) incontriamo app che permettono di affittare ogni genere di bene (si pensi a Ozizu e Sharing it!). Altri servizi invece consentono lo scambio generico di oggetti (Barattofacile, Zerorelativo) o di libri (Testi usati) o ancora la vendita di oggetti usati (notissimo eBay o Kijiji).

Dietro Airbnb c’è di più. Il settore del turismo è quello che riserva più sorprese. Anche in questo caso occorre precisare che esistono due tipologie di servizio: da un lato abbiamo l’affitto (di una casa o anche solo di una stanza) come promuovono Airbnb, Roomorama e Bedycasa, dall’altro lo scambio (di una casa o anche di un divano), sulla scia di Couchsurfing o Guestoguest. La piattaforma più interessante è sicuramente Bed&Learn: il servizio offre infatti l’opportunità di dormire gratuitamente in casa di qualcuno in cambio dell’insegnamento di una lingua o di una materia. La più bizzarra, e forse rischiosa, è invece Sailsquare, che organizza viaggi in barca fra sconosciuti.

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Economia tradizionale, criticità per il futuro e punti oscuri. L’economia collaborativa non è un fenomeno del tutto nuovo. Già alla fine degli anni ’90 si registrava la nascita di piattaforme come eBay appunto o Craiglist, divenute in tempo breve popolarissime e di successo. Secondo gli ultimi studi, le statistiche rilevano che il “boom” di tali servizi si sia verificato nel biennio 2008-2010, in particolare negli Stati Uniti. Crisi economica ed incremento dei social network sembrano essere dunque stati gli “ingredienti” perfetti affinché il sistema si sviluppasse al meglio. In Italia il cosiddetto “boom” è arrivato in ritardo. I sistemi collaborativi e di condivisione nascono a metà degli anni 2000, e solo nel 2001 si è assistito alla svolta. Ma i costi? E le responsabilità? Legittimo è, a questo punto, domandarsi che tipo di forma giuridica le piattaforme abbiano adottato. I dati presentano un panorama disomogeneo: se al primo posto si classifica la SRL con un buon 68% (sia come innovazione tecnologica, sia come Ltd, ovvero Limited Company), solo l’11% sceglie l’organizzazione no profit o associazioni, un 5% si registra come SPA,  e infine il 16% dichiara di non aver ancora scelto.

Se la “novità” prende dunque forma, la “tradizione”, rappresentata dalle aziende, manifesta numerosi pregiudizi e una sorta di resistenza nei confronti della “sharing economy”. Queste paure sono fondate? Ivana Pois, docente di sociologia economica a Milano, ha cercato di rispondere: “I motivi di tale resisteza sono sostanzialmente tre. Il primo è l’ignoranza, nel senso che ci sono tante aziende che ancora non conoscono questo fenomeno. Il secondo è la paura di perdere il controllo sul proprio business: la condivisione è molto orizzontale e poco verticale, quindi più difficile da gestire in modo tradizionale. Il terzo è il timore che queste formule rappresentino un danno per la propria attività, mentre spesso è un’opportunità da cogliere. Alcuni studi, soprattutto nell’ambito turistico, dimostrano che il valore economico creato da aziende attive nella sharing economy, può essere anche maggiore di quello distrutto facendo concorrenza ai business tradizionali: per esempio, se Airbnb ha messo in crisi gli alberghi a 2 e 3 stelle, dall’altra parte ha fatto crescere i b&b e i privati, sia nei centri che nelle periferie. In realtà, pare, che da questo punto di vista la sharing economy rappresenterebbe una grande opportunità per le aziende e le Pmi del nostro Paese: “Attraverso questo approccio le imprese che operano in business tradizionali possono intercettare alcuni bisogni ormai consolidati dei consumatori, tra cui l’aspettativa di relazioni alla pari anche in ambito economico. Le persone sentono la necessità di interagire con le aziende con modalità che siano meno verticali e meno top-down”. In effetti i confini tra finanziatore, produttore e consumatore vengono meno, e allo stesso modo, il denaro e l’acquisto non sono più gli elementi cardine delle transazioni. Comprendere meglio la nuova realtà dell’economia collaborativa potrebbe favorire una maggiore sinergia di queste piattaforme con le aziende tradizionali: “Tanto le grandi aziende quanto le Pmi hanno difficoltà a posizionarsi all’interno di questo nuovo paradigma. Molte start up invece già nascono secondo questo modello collaborativo. E in particolare quelle che sviluppano le piattaforme digitali che permettono questo tipo di interazioni possono essere utilissime alle imprese. Così, ne possono nascere di partnership: le aziende tradizionali puntano sulle start up per approcciarsi a questa nuova cultura e le start up hanno l’opportunità di accedere a nuovi mercati”.

Dunque, detto ciò, l’unico ostacolo al corretto sviluppo della “sharing economy”, restano le pratiche legislative, nonché le autorità che devono definire alcuni principi base che possano offrire le adatte condizioni per un corretto sviluppo di questa nuova forma di economia collaborativa.

Beatrice Cristalli

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