martedì 17 ottobre 2017
Tutte le facce dell’Islam

Tutte le facce dell’Islam

Conflitti interni, alleanze deboli e pericolose strategie: l’obiettivo sia di Isis che di Al Quaeda sembra essere quello di provocare un’irrimediabile frattura in Europa fra società civile e comunità musulmana, invelenando rapporti commerciali, scambi culturali e strumentalizzando il fattore religioso. Ma la spaccatura negli ambienti jihadisti e l’alleanza poco solida dei Paesi di Levante e delle monarchie del Golfo con le potenze dell’Occidente presentano un quadro incoerente e confuso di intese politiche e non. Proviamo a fare chiarezza.

UNA GUERRA O TANTE GUERRE? – Dietro l’universo sunnita è ormai chiaro che esiste una pluralità di Stati, alcuni forti, come Arabia Saudita e Turchia, e alcuni traballanti e in lotta fra loro. È assurdo allearsi con chi in realtà istruisce gli imam dell’odio? Lo scrittore Al Aswani  già da tempo sostiene che nei Paesi arabi ci sia la possibilità di uno sviluppo democratico in armonia con l’Islam. È utile allora allearsi solo con la schiera sciita? In effetti appoggiare il presidente iraniano Rouhani potrebbe dare qualche sicurezza in più: se pensiamo alle differenze politiche e sociali tra i due gruppi in lotta, ci rendiamo conto di quanto i sunniti siano una recente e ingovernabile costellazione di comunità e tendenze: governati da personaggi più o meno carismatici, sono impegnati a gareggiare per il primato in fanatismo e jihadismo. Al polo opposto gli sciiti riconoscono l’autorità del clero iraniano e possono vantare una secolare esistenza statale. Inoltre l’Iran è per l’Occidente interessante per due aspetti: è minacciato dall’estremismo sunnita non meno di quanto lo siano Europa e Stati Uniti, ed è fortemente ostile ai talebani, come dimostrò nel 2001 fornendo all’America le informazioni sulle regioni afghane vicine. Il quadro è veramente confuso. La jihad è divisa, e forse noi occidentali non ci rendiamo ancora conto della pericolosità della guerra civile all’interno dell’Islam, tanto meno della possibilità che possa investire l’intera Europa. In realtà dobbiamo parlare di guerre, non di guerra. La prima riguarda Al Quaeda  e Isis: quest’ultima organizzazione, nata ufficialmente l’anno scorso all’interno della galassia di Al Quaeda, dopo gli scontri con l’altro gruppo jihadista di Al Nusra, ha guadagnato velocemente terreno, mirando a ricreare il grande Califfato del Levante. Di fronte agli ordini di Al Zawahiri di lasciare la Siria ad Al Nustra, il gruppo guidato da Al-Baghdadi non si è fermato, anzi, sicuro della propria autorità, ha pensato bene di richiamare al suo interno combattenti giovani stranieri, tutti (neo)musulmani convertitisi alla jihad, che ora, secondo L’Economist sono almeno 3 mila nelle file dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante. La seconda riguarda sciiti e sunniti, cioè tra Iran e Iraq, che si traduce oggi nel conflitto tra Siria e Iraq. La terza riguarda da un lato la Fratellanza musulmana e dall’altro i Wahhabiti: i primi, stanziati soprattutto nel Qatar, avevano preso il potere in Egitto e sono presenti anche in Turchia, Tunisia e Libia; i secondi, basati in Arabia Saudita, li combattono poiché rappresentano una minaccia per la famiglia imperiale. Ci troviamo di fronte a una vera e propria “matrioska russa”: dentro una guerra ce n’è un’altra.

Proteste in Iran

Proteste in Iran

LE ORIGINI STORICHE DELL’INTEGRALISMO –  È nel VII secolo d.C. che affondano le radici religioso-culturali e ideologiche dello scontro interno all’Islamismo globale. Per cercare di comprendere ciò che sta accadendo in questa nuova fase dell’Islam – compresa la mossa terroristica contro Charlie Hebdo –  è necessario proiettare la nostra mente nel passato e abbracciare le origini dei suoi conflitti interni e delle sue divisioni religiose. Le spaccature e le ferite di cui l’Islam si nutre riguardano due realtà significative che permettono di sciogliere il vasto conflitto tra sunniti e sciiti da una parte, e il fenomeno jihadista militante dall’altra: l’ascesa al potere del cugino e genero del Profeta Muhammad, divenuto Califfo nel 656 d.C., e il fenomeno del kharigismo (alla lettera la “fuoriuscita”). Dopo il 632 d.C., anno della morte del Profeta, l’Islam non fu più lo stesso: il grande scisma che nacque tra i sostenitori dei compagni di Muhammad e quelli di Ali è all’origine del contrasto politico, religioso e culturale tra sunniti e sciiti. Nei secoli successivi si alternarono lotte sanguinose e scontri armati interminabili, fino al 1979, quando scoppiò la rivolta sciita in Iran e il potere dei sunniti sembrò vacillare. All’interno del quadro si inseriscono le rivolte arabe, strumentalizzate proprio dall’Iran e iniziate più di quattro anni fa, che portarono alla caduta dei regimi ufficialmente sunniti, tra i quali quello tunisino ed egiziano. Se da un lato la potenza millenaria sunnita crollava, dall’altro quella sciita si rafforzava, coinvolgendo non solo l’Iran, ma anche l’importante satellite libanese Hezbollah.
E la cosiddetta “Fratellanza musulmana”? Il vuoto venutosi a creare a causa della caduta dei regimi ha permesso a questo gruppo religioso di conservatori musulmani di assumere il controllo e di condannare la libertà d’espressione e il laicismo professati dalle masse arabe. Ma la tensione favorì un’ulteriore spaccatura all’interno dei regimi sunniti, tra coloro che si definiscono “laici” e accettano una timida separazione tra religione e stato, e i seguaci della Fratellanza musulmana, poi passati all’ala estremista del “ritorno al passato”, ovvero del salafismo. Ed è proprio in questo momento che si inserisce la diffusione di correnti islamiche ultra-conservatrici che hanno iniziato a vedere sia nei sunniti “moderati-laici” sia negli sciiti i nemici da combattere, in quanto “nemici dell’Islam”. Ed è proprio qui  che ha inizio la genesi delle organizzazioni jihadiste (da Al Quaeda allo Stato Islamico), le quali agiscono in nome del kharigismo (takfir), ovvero dell’accusa di infedeltà lanciata a un musulmano da un altro musulmano. Tuttavia anche all’interno di quest’ultime sono presenti singolari spaccature: lo dimostra il declino di Al Quaeda guidata da Al-Zawahirr e l’ascesa dello Stato Islamico di Al-Baghdadi.

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IL PERICOLO ISIS – La frammentazione del movimento jihadista fa sorgere vari interrogativi. La competizione fra i gruppi aumenterà il rischio di attacchi terroristici in Occidente? Essa contribuirà ad un rafforzamento o ad un indebolimento dei gruppi di militanti? È bene ricordare che entrambi sono sunniti, e che i loro obiettivi finali sono identici: l’eliminazione dell’influenza occidentale nel mondo islamico e di tutti i gruppi che non accettano l’interpretazione radicale religiosa propria dello jihadismo. Ma se si vuol parlare di guerra occorre parlare di guerra di “prossimità”:  non si tratta solo di una guerra per il territorio, ma anche per un’idea di mondo. Certamente l’Isis combatte per allargare i propri confini e le proprie risorse finanziarie, accresciute in questi anni grazie ai  fondi dei paesi del Golfo (preoccupati del consolidamento della “mezzaluna sciita”), ma il fenomeno dei cosiddetti foreign fighters, i giovani musulmani nati in Europa e “addestrati” militarmente in Siria, nasconde una profonda ideologia di fondo: combattere per imporre un altro sistema di valori e di vita, ovvero quello dell’Islam politico basato sulla sharia (la legge coranica) e non su quelli creati dall’Illuminismo (uguaglianza e libertà). In un’intervista del 9 gennaio 2015 il sociologo algerino Khaled Fouad Allam ha rilasciato: “Lo slogan dell’Islam politico è “islamizzare la democrazia”, ma per noi occidentali la democrazia è o non è. Secondo questi militanti della jihad, soprattutto la Francia rappresenta la terra dei miscredenti perché lì c’è stata la rivoluzione francese, perché lì c’è stata la separazione tra politica e religione, ossia la cosiddetta secolarizzazione.” L’Islam politico rifiuta la libertà in tutte le sue accezioni: il miscredente, ovvero il non musulmano, deve soccombere perché non condivide il suo modo di interpretare il mondo. Ecco perché si può sparare ad un giornalista: “Uccidere i vignettisti è come uccidere un filosofo, significa cercare di cancellare la libertà di pensiero.”

Il Niger testimonia l'amore per il Profeta.

Il Niger testimonia l’amore per il Profeta.

STRATEGIE INEFFICACI – Contro l’odio le armi non bastano. Il vantaggio di un’alleanza militare tra Occidente e Paesi arabi rischia di essere vanificato se lo scontro si sposta sul terreno del proselitismo, sulla propagazione dell’odio, sulla paura quotidiana dell’attentato imprevedibile. Del resto, nelle nostre città vivono decine di milioni di musulmani. Secondo recenti statistiche, la popolazione di religione musulmana non sta per conquistare il mondo o l’Europa, ma è quella che cresce di più a livello globale, con un aumento annuo del 1,5% contro lo 0,7% della popolazione non  musulmana. La differenza del tasso di crescita, analizzata nello studio condotto dal Pew Research Center, sembra essere una ragione strutturale della “dinamicità” dell’Islam  in questi tempi: un’evidente crescita relativa che esige risposte politiche. Il sogno dei chierici islamisti del Califfo dello Stato Islamico Abu Bakr al-Baghdadi si sta dunque realizzando, anche perché i teorici della nuova jihad, «la più ricca mai conosciuta», secondo il direttore del programma di intelligence e antiterrorismo al Washington Insistute for Near East Policy Matthew Levitte, dispongono di armi invasive e insidiosissime: internet e televisione. Non solo. Le armi non bastano, anzi, si rivelano inefficaci: l’alleanza dei 40 Paesi creata da Washington contro lo Stato Islamico ha sì cominciato a scaricare tonnellate di bombe su Mosul, Falluja, Raqqa, ma senza risultati. I raid aerei non bastano, come dimostrano le guerre ricorrenti di Israele contro Hamas: lo Stato ebraico ha ripetutamente raso al suolo Gaza, ma i guerriglieri di Hamas sono sempre lì, perché riescono a nascondersi tra i civili, nelle scuole, negli ospedali. Lo stesso accade con i miliziani del Califfato, i quali, secondo la valutazione della Cia del settembre 2014, sono in netto aumento: più di 31.500 combattenti contro 20.000 moderati, ovvero i ribelli dell’esercito siriano ostili agli islamisti e ad Assad.

ALLEANZE – Se è vero che le potenze mondiali hanno superato il momento del do something (“fare qualcosa”),  è altrettanto vero che la coalizione dei venticinque contro lo Stato Islamico ha un evidente lato debole, ovvero quello rappresentato dal  lato sunnita dell’alleanza. Obama aveva intuito quanto fosse importante nonché necessario ottenere l’appoggio degli arabi nel conflitto comune: la mossa fu quella di inviare il Segretario di Stato John Kerry in Egitto, Giordania e Arabia Saudita per convincere questi paesi a partecipare ai raid. Senza di loro, infatti, il rischio di trasformare il conflitto in una guerra di religione tra Occidente e Islam è molto alto, ed è in realtà quello che gli integralisti vogliono. Ciascuno dei Paesi della Mezzaluna ritiene certamente che l’oscuro progetto del Califfo Al Baghdadi rappresenti una minaccia da debellare, ma aderisce alla coalizione con obiettivi che possono intaccarne la coesione. I sauditi, che con gli jihadisti hanno intrattenuto lunghi rapporti in funzione di opposizione all’asse sciita, sono ben consapevoli che la presenza dello Stato Islamico mette in discussione la loro autorità religiosa, non per questo però rinunciano a perseguire la strategia di mettere in difficoltà gli odiati sciiti, peraltro al governo di Bagdad. Non solo. La Turchia aspira a ricostruire un nuovo Impero ottomano spingendo verso la Libia (Mezzaluna fertile), e simpatizza con i Fratelli musulmani siriani, osteggiati da sauditi ed egiziani. Dunque nell’impazzito puzzle mediorientale, la tessera problematica è data dal fatto che l’alleanza araba contro lo Stato Islamico è formata da governi e dai loro sponsor regionali reciprocamente ostili. A testimonianza di tale incoerenza politica è utile ricordare cosa è accaduto nelle ultime settimane: nelle stesse ore in cui il rappresentante saudita marciava a Parigi contro ogni forma di terrorismo, nel suo paese un blogger veniva frustato per aver denunciato l’atteggiamento opaco delle autorità saudite nel confronti di Al Quaeda e dello Stato Islamico. E ancora, i raid di Israele che hanno colpito Hezbollah pochi giorni fa rischiano di complicare la lotta comune contro l’Isis: l’uccisione di ben 9 combattenti di HZBL difficilmente resterà impunita, e altrettanto certo è che uno scontro tra quest’ultimo e Israele potrebbe fornire un contributo decisivo a destabilizzare il Libano, baluardo cruciale per cercare di contenere il germe rappresentato da Al Quaeda e Isis.

Ma in tutto questo, l’Occidente dove si colloca? Qual è il vero obiettivo della jihad? In un’intervista del 10 gennaio 2015, Alain Rodier, uno dei più noti specialisti francesi di terrorismo e criminalità organizzata, Dirigente del CF2R, ex responsabile dei servizi di sicurezza, ha rilasciato: “[…] in fondo a tutto questo ci siamo noi. L’obiettivo sia di Isis che di Al Quaeda è provocare una frattura in Europa fra società civile e comunità musulmana. Vogliono che i musulmani si sentano presi di mira, respinti, stigmatizzati, e che non possano far altro che scivolare dalla parte dell’Isis o di Al Quaeda. Ora, il modo migliore per far sì che l’Occidente respinga i musulmani, anche se si tratta di gente globalmente pacifica, è scatenare azioni terroristiche.”

Nonostante proceda bene la collaborazione tra le agenzie di intelligence e le forze di polizia europee, emerge un’alleanza asimmetrica tra i paesi dell’Ue e Stati Uniti da un lato, e quelli del Levante, le monarchie del Golfo e anche Israele dall’altro. Nessuna fiducia nell’Islam politico, tanto meno nei Fratelli musulmani, il volto “pulito” di cui si alimenta lo stesso Isis? Restano i dubbi e le paure da parte delle potenze mondiali. Disturba soprattutto il doppio gioco di Ankara e la difficoltà nel costruire da parte dell’Ue una solida collaborazione con quest’ultima. In un panorama di irrisolti conflitti e strategie nascoste, Marco Minniti, sottosegretario alla presidenza con delega alla sicurezza, ricorda: “La democrazia occidentale deve mettere in campo un esercito di idee, di cultura, per dare acqua al grande campo inaridito di valori.”

Beatrice Cristalli

 

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