martedì 17 ottobre 2017
Nba, l’addio al basket di Kobe Bryant

Nba, l’addio al basket di Kobe Bryant

L’addio – Si scrive “Black Mamba”, si legge Kobe Bryant, si legge Nba, si legge basket. Ebbene sì, perché nell’ormai lontano 1996 tutti vorremmo essere stati tifosi di quella squadra giallo-viola che scelse, durante il draft Nba, colui che, a detta di molti, è stato uno dei grandi della pallacanestro oltreoceano e mondiale. E’ necessario usare il verbo al passato, “è stato”, perché da domani, dopo la sua ultima partita ufficiale contro Utah, non sarà più il presente della pallacanestro universale, ma soltanto il ricordo indelebile di un ragazzo che dal 1996 ad oggi ha illuminato i parquet di tutto il mondo.

“Caro basket sono pronto a lasciarti andare”: con queste parole a novembre Kobe annunciava, in una lettera aperta, il suo ritiro dalla pallacanestro giocata. “Mi hai fatto vivere il mio sogno e ti amerò per sempre per questo. Ma non posso amarti più con la stessa ossessione. Il mio cuore può sopportare la battaglia, la mia testa può gestire la fatica, ma il mio corpo sa che è il momento di dire addio. Questa stagione è tutto quello che mi resta”. Sicuramente almeno una volta tutti gli amanti del basket hanno letto questa lettera, tra qualche lacrima di qualcuno molto appassionato e qualcun altro che magari lo ha visto crescere ed affermarsi nel basket che conta. Un giocatore che ha fatto innamorare molte persone di questo sport e che è arrivato, come tutti, a un punto di arrivo oltre il quale non si può andare.

Kobe Bryant

La carriera – Nonostante non ci abbia mai giocato, il numero 24 dei Lakers è molto legato all’Italia e al suo basket: Kobe, figlio di Joe Bryant, nasce sportivamente nel “Bel Paese”, dove segue il padre impegnato in varie piazze storiche italiane come Rieti, Reggio Calabria e Reggio Emilia. Poi passa oltreoceano, senza passare dal college (giusto per non perdere tempo), e subito si propone al draft appena diciottenne dove viene scelto dagli Charlotte Hornets, che poi lo inseriscono in uno scambio con i Los Angeles Lakers. Siamo tutti sicuri che in casa Hornets si staranno ancora mordendo le mani, perché da lì in poi il basket diventa suo. Da Los Angeles ha inizio il suo cammino e la sua ascesa, piena di successi, di alcuni momenti difficili, ma soprattutto piena di consapevolezza di essere il più forte della sua generazione, come confermato anche da suoi amici, oltre che colleghi. Non c’è un momento particolare che si possa ricordare della sua carriera, la sua caratteristica è proprio questa: rendere originale anche il tiro più banale, anche il momento più buio della partita, anche la situazione più scomoda. Si potrebbe scrivere un libro intero su tutti i suoi record: nel 1997 diventa il più giovane giocatore a vincere lo Slam Dunk Contest e l’anno dopo diventa il più giovane giocatore a partecipare ad un All Star Game. Il 22 gennaio 2006 fa registrare 81 punti contro i Toronto Raptors, seconda migliore prestazione di sempre in Nba dopo solo i 100 punti di Chamberlain; il 2 febbraio 2010 diventa il miglior realizzatore di sempre dei Los Angeles Lakers; 5 titoli con i Lakers, una volta Mvp della regular season e due volte delle finali e anche due ori olimpici con la nazionale statunitense. E così potremmo continuare per ore, per giorni, per settimane, per tutto il tempo che è passato da quel lontano 1996 quando, un diciottenne non ancora “Black Mamba”, si affacciava al mondo dei grandi del basket, seguendo le orme del padre e seguendo quello che, da sempre, il cuore gli consigliava. Lo stesso cuore che, prima sotto il numero 8 e poi sotto il numero 24, per 20 anni ha battuto a ritmo di palleggi, di allenamenti, di partite, di finali, di amichevoli e ultimamente, purtroppo, di panchine. Quello stesso cuore che gli ha permesso di sopportare, e vincere, tante battaglie. Anche le ultime battaglie, quelle tra il suo cervello e il suo fisico: il primo che voleva, e vuole ancora a tutti i costi, calcare quel parquet dello Staples Center e di tutti i palazzetti del mondo, come ai vecchi tempi; il secondo che invece lo ha messo di fronte alla realtà dell’ultimo periodo, di un fisico che ormai non regge più i ritmi di un campionato come quello dell’Nba, di un campionato che per 20 anni lo ha visto protagonista e che è pronto a vederlo protagonista, purtroppo per tutti, per l’ultima volta. E allora pronti a vivere l’ultimo atto del capolavoro intitolato “Black Mamba”.

Paolo Di Domizio

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