mercoledì 13 dicembre 2017
Questo articolo non parla di trivelle

Questo articolo non parla di trivelle

Non troverete in questo articolo un motivo in più per votare sì o no al referendum del 17 aprile sulle famigerate trivelle. Sarebbe inutile srotolare di fronte al lettore l’ennesimo elenco di dati. Il nostro approfondimento non si propone di convincervi della bontà di una posizione rispetto all’altra, ma di fornire, se possibile, un punto di vista diverso, uno strumento in più per capire cosa sta accadendo.

Il far West delle competenze – Nove Consigli regionali hanno proposto sei quesiti referendari. Noi ne voteremo uno, perché gli altri sono stati giudicati inammissibili dalla Corte costituzionale. Ma la storia è molto più avvincente. Due dei cinque quesiti rigettati prevedevano l’abrogazione di due norme, contenute nel cosiddetto decreto “Sblocca Italia” e finalizzate a riformare la gestione delle zone di estrazione. In particolare, l’articolo 38 stabilisce la sostituzione dei vecchi titoli minerari con il titolo concessorio unico. Ma l’autorizzazione a ottenere il nuovo titolo era subordinata ad una nuova Pianificazione delle Aree di estrazione, da decidere di concerto con le Regioni.  Il primo quesito ribadiva il ruolo forte delle Regioni e richiedeva che prima della redazione del piano non venissero concessi nuovi titoli concessori unici; il secondo quesito spingeva invece per l’introduzione nell’art. 38 di termini più brevi a questi nuovi titoli. Dopo la proposizione di questi quesiti, il Governo ha, però, messo in gioco una doppia mossa: da un lato, ha abrogato la parte del decreto “Sblocca Italia” che imponeva la nuova Pianificazione, rendendo automaticamente invalido il primo quesito, dall’altro, l’art. 38 veniva spostato nella Legge di Stabilità e quindi il secondo quesito veniva “dribblato”. Nel frattempo, i nuovi titoli concessori unici iniziavano già ad essere autorizzati. Ma non è finita: le Regioni hanno sollevato conflitto di attribuzione, accusando il Governo centrale di aver cancellato e spostato le previsioni di legge al solo scopo di eludere le competenze regionali. Ecco che, improvvisamente, il referendum sull’unico quesito sopravvissuto è diventato molto urgente, e il Governo ne ha fissato la data il 17 aprile, non lasciando il tempo materiale perché la Corte Costituzionale potesse decidere sul conflitto di attribuzione. Il campo sul quale si è giocata questa rocambolesca schermaglia ha un nome: Titolo V della Costituzione. L’art. 117, infatti, assegna alle Regioni la competenza concorrente sulla “produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell’energia”. Se vi sembra assurdo che sia affidata in concorrenza alle Regioni la decisione sulle risorse energetiche, che impongono evidentemente una gestione nazionale, tenete conto che “la tutela dell’ambiente e dell’ecosistema” è, invece, competenza esclusiva dello Stato. Ognuno per sé e Dio per tutti.

Precedenti incoraggianti – Nel 2011 gli italiani hanno diligentemente votato un referendum assai nutrito, che chiamava ad esprimersi, tra l’altro, sull’acqua pubblica. Allora, i cittadini si schieravano contro la privatizzazione della distribuzione dell’acqua. Proprio in queste settimane le minoranze si sono scatenate in Parlamento, accusando il PD di aver eliminato dall’iniziale proposta di legge gli articoli 6 e 7, che prevedevano, nel rispetto della volontà popolare, la “ripubblicizzazione” dell’acqua attraverso il superamento dei monopoli privati di distribuzione e la creazione di enti nazionali pubblici. Tutto ciò per ricordarci che il diritto di voto non consiste solo nell’organizzare i seggi nelle scuole, ma nel realizzare il voto che siamo stati chiamati ad esprimere. Visti i precedenti, viene da chiedersi: il mio voto sulle trivelle alla fine sarà decisivo?

Non è una scelta se non ha un motivo – Pur con questo dubbio, non andare a votare perché “tanto poi i politici fanno quello che vogliono” equivale a non rifare il letto perché tanto ci torniamo a dormire: per quanto sia vero, il Paese è la nostra casa, non possiamo pretendere che sia ordinato se rinunciamo a svolgere nostra parte. È sperabile, quindi, che nessuno dia seguito alla linea tenuta dal Governo che ritiene legittimo astenersi dal voto. Vale la pena di citare, a questo punto, l’art. 98 del Testo unico sulle leggi elettorali, che stabilisce che chiunque investito di un pubblico potere o funzione si adopera per indurre gli elettori all’astensione dal voto alle elezioni politiche, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni e con la multa da lire 600.000 a lire 4.000.000. Nel nostro caso si tratta di referendum abrogativo, uno strumento di democrazia diretta e pertanto ancor più meritevole del nostro contributo.

 Giorgia P. Casari

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