giovedì 17 agosto 2017
L’eterna ferita delle trincee di Shkhlar

L’eterna ferita delle trincee di Shkhlar

Gli schieramenti azeri e armeni riprendono posizione per l’occupazione del Nagorno Karabakh.

Il Nagorno Karabakh –  Sul fronte si risvegliano le ostilità. Ma guerra fra Armenia e Azerbaigian non è una novità. È un odio profondo e antico che si respira in quest’aria così sospesa. Un luogo fortunato e ricco di importanti risorse, gasdotti e oleodotti, nonché situato in una posizione strategica. Un luogo che è stato tenuto sempre sott’occhio da chi lo circonda. Nel Novecento, con la rivoluzione russa, il Karabakh si divise fra Armenia, Azerbaigian e Gerogia. Prontamente la supremazia iniziò ad essere contesa fra armeni e azeri, fino a quando, con la conquista bolscevica, Stalin assegnò il territorio agli azeri, alimentando così l’inimicizia. Solo con lo scioglimento dell’Unione Sovietica (quasi ben 70 anni dopo) riemerse la questione, sostenuta dagli armeni (in netta maggioranza ad abitare nel Nagorno) e dal loro desiderio di riunificazione all’Armenia. Ma con la dichiarazione della legislazione sovietica, la quale prevedeva la fondazione di una repubblica in questo “giardino montuoso nero”, e la reazione militare dell’Azerbaigian, si accese un forte conflitto che finì nel 1994 con un iniziale armistizio. Il problema di fondo è sempre stato uno solo: il Nagorno Karabakh è dal punto di vista geografico una regione all’interno dell’Azerbaigian, ma da quello demografico è prevalentemente armeno.

armenia

Il conflitto – L’arrivo di aprile 2016 ha portato con sé la violazione del famoso “cessate il fuoco” del 1994. Questo è la pura conseguenza di un accordo che stilava sì una tregua, ma non stabiliva la soluzione politica. L’Azerbaigian ora vuole rivendicare il principio della sua integrità territoriale, d’altro canto l’Armenia cerca di sostenere la sua popolazione che prevale nel Nagorno. In questo nuovo scenario cresce la morte di soldati e civili, ma aumenta anche il fenomeno dei profughi. «Lo scontro più violento e intenso dal 1994» dichiarano alcuni analisti. In tre giorni di fuoco le vittime sono state più di 200. Per il momento il conflitto è in pausa, ma Baku, la capitale dell’Azerbaigian, ha promesso di interrompere l’astio solo a patto di riottenere il territorio perduto. Di conseguenza, non lascerà la presa, così come gli armeni per la loro indipendenza. E la Russia, garante di questa pace e sostenitrice dell’Armenia, non ha certo bisogno di impegnarsi in questo «conflitto immobilizzato» così fragile e delicato, in quanto si sta già occupando della crisi ucraina, della guerra in Siria  e, inoltre, si impegna nel monitoraggio delle tensioni con i Turchi. Sul ciglio delle lacrime delle persone segnate dalla violenza di questi scontri, Putin grida a gran voce l’essenziale tregua per impedire altre vittime. Il bilancio degli scontri degli anni Novante è di oltre 30mila morti. È sufficiente una scintilla per riaccendere una guerra pagata cara.

Enrica Trevisan

Un commento

  1. chiara begnini

    Brava Enrica!

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